Il cinema come archivio

Jacques Derrida: “Non esiste potere politico senza il controllo dell’archivio, se non della memoria. Una democratizzazione effettiva può sempre essere misurata da un criterio essenziale: la partecipazione nell’accesso all’archivio, la sua costituzione, e la sua interpretazione”

Da queste parole si capiscono tre cose fondamentali:

  1. Una Nazione è davvero tale quando ha in seno un archivio in qualsiasi campo della propria vita: un archivio storico, cinematografico, teatrale, artistico, catastale e via dicendo.
  2. Una volta sia questo archivio –  che io chiamo “Polivalente-Includente” e cioè che ricostruisca per filo e per segno ogni settore di una Nazione (cito, a mero titolo esemplificativo: economico, politico, storico, cinematografico, tecnologico, industriale e così via) – esistente e consultabile democraticamente, occorre che non sia falsato da forze politiche, religiose, dittatoriali e quanto sia generatore di “la storia del vincitore” e che sia interpretabile da tutti una volta se ne sia sancita la sua costituzione.
  3. La forza dell’archivio permette di capire, per quelle nazioni colonizzate, quanto i colonizzatori hanno loro nascosto, sottratto, modificato, traslato e distrutto, ricostruendone, di conseguenza, la loro forza indigena e nativa. Spesso, infatti, i poteri coloniali cancellano ogni traccia o bloccano sul nascere i tentativi di istituire gli archivi.

Questa analisi, affatto perniciosa come invece è l’occultamento, permette di scoprire la realtà, nel nostro caso cinematografica e televisiva, di popoli come quello messicano, filippino, thailandese, malese e anche il nostro che subì e ancora subisce i tagli della censura per ammutolire il pensiero libero che questa arte dovrebbe avere ipso iure.

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Essere uno showrunner (parte quarta)

Di che cosa si parla in questa quarta parte: il lavoro dello showrunner sarà sempre più complesso proprio per la sua natura vasta; il pitch.

Il mondo della televisione e dei media sono cambiati drasticamente e il lavoro dello showrunner non è più solamente scrivere ottime storie, ma scriverle in una maniera più multitasking, multimediale, per una audience maggiormente frastagliata e per piattaforme completamente diverse l’una dall’altra. Occorre, quindi, inventare storie di altissima qualità, pubblicizzarle in tutti i social media, adattarle e renderle visibili per ogni dispositivo (tablet, smartphone, smart tv, ecc).

I network competono fra loro, con social media e con la telefonia mobile, insomma, una concorrenza senza tregua per accaparrarsi la maggior parte di pubblico che diventa, ogni giorno, sempre più esigente. Per questo motivo lo showrunner dovrà essere sempre aggiornato, al passo con le nuove tecnologie e anticipare le aspettative degli spettatori.

Joss Whedon, showrunner di Buffy l’Ammazzavampiri, parla di qualcosa di bizzarro, esilarante, creativo, ma nella mente vive un pensiero fisso: “Questo dovrà vivere per sempre”, ossia la serie dovrà vivere e rinnovarsi quasi in “eterno”.

Ecco di che cosa deve tenere conto, oggi, uno showrunner: ho una bella storia da raccontare ma a chi la posso raccontare? su quali dispositivi verrà vista? quali tipologie di persone ne usufruiranno (età, sesso, etnia, nazione)? quale sarà il grado di propensione ricettiva dei fruitori (cultura, usi e consuetudini)? quanto sono stato capace di creare aspettativa? ho saputo spiegare bene il meccanismo del tax credit e dei props? quanto è conveniente fare questa serie, esiste un guadagno concreto, il budget e il business plan sono stati compilati correttamente? quale rapporto sono riuscito ad avere con i distributori e i produttori? il cast ha fiducia? girare in 5k mi dà la possibilità di vedere il prodotto su uno smartphone in Italia o in USA? e in Giappone o nelle Filippine? la mia storia ha delle possibili variazioni sul tema? può essere variabile o avere diversi finali ovvero uno aperto? la colonna sonora è abbastanza accattivante? la fotografia è perfetta? la regia ha saputo dimostrarsi all’altezza delle aspettative? E via dicendo.

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Essere uno showrunner (parte terza)

Di che cosa si parla in questa terza parte: come nasce lo showrunner – un po’ di storia; definizione; che cosa vogliono gli studio e i network

Tutto ha inizio da un’ossessione dell’audience (i.e. pubblico, follower sui social, navigatori seriali, web addicted, appassionati, collezionisti, gente del settore, ecc.)

Un’ossessione positiva: il conoscere, ma anche l’elogiare coloro che rendono una serie tv vincente. Uno showrunner, come si è già visto, è colui che studia la serie tv e la gestisce dall’inizio alla fine e in tutte le fasi della sua realizzazione. Questa figura prevede molteplici ruoli: direttore della fotografia, tender tax supporter e regista, sceneggiatore e scenografo.

Ecco che, dagli anni di internet, accanto ai nomi degli attori, sono comparsi i nuovi divi americani e non solo: JJ Abrams, Sarah Gertrude Shapiro, Frank Darabont, Martin Scorsese, Nick Pizzolatto, Vince Gilligan, Peter Gould, Marta Kauffman, David Crane, Darren Star, Christopher Lloyd, Steven Levitan, Julian Fellowes, David Benioff, DB Weiss, Alan Ball, Joe Weisberg, Gene Roddenberry, Rod Serling, Ronald D. Moore, Howard Gordon, Gideon Raff, Matthew Weiner, Terence Winter, Mark Frost, David Lynch, Joss Whedon, David Chase, Chris Carter, ecc.

Una lista infinita di persone che guadagnano milioni a stagione; creatori o ideatori di serie tv – come vengono impropriamente tradotti in italiano, ad esempio Wikipedia -, mentre, sull’Oxford Dictionary si parla di colui che “ha l’autorità globale e le responsabilità manageriali di un programma televisivo” mentre la Writers Guild of America (WGA), l’unione degli sceneggiatori e scrittori per la televisione, riconobbe il lavoro del produttore esecutivo fin dal 1941 nei crediti finali. Con loro si è aperta una nuova terminologia, nuove parole, nuovi tecnicismi che verranno affrontati nei prossimi post.

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