Il cinema come archivio

Jacques Derrida: “Non esiste potere politico senza il controllo dell’archivio, se non della memoria. Una democratizzazione effettiva può sempre essere misurata da un criterio essenziale: la partecipazione nell’accesso all’archivio, la sua costituzione, e la sua interpretazione”

Da queste parole si capiscono tre cose fondamentali:

  1. Una Nazione è davvero tale quando ha in seno un archivio in qualsiasi campo della propria vita: un archivio storico, cinematografico, teatrale, artistico, catastale e via dicendo.
  2. Una volta sia questo archivio –  che io chiamo “Polivalente-Includente” e cioè che ricostruisca per filo e per segno ogni settore di una Nazione (cito, a mero titolo esemplificativo: economico, politico, storico, cinematografico, tecnologico, industriale e così via) – esistente e consultabile democraticamente, occorre che non sia falsato da forze politiche, religiose, dittatoriali e quanto sia generatore di “la storia del vincitore” e che sia interpretabile da tutti una volta se ne sia sancita la sua costituzione.
  3. La forza dell’archivio permette di capire, per quelle nazioni colonizzate, quanto i colonizzatori hanno loro nascosto, sottratto, modificato, traslato e distrutto, ricostruendone, di conseguenza, la loro forza indigena e nativa. Spesso, infatti, i poteri coloniali cancellano ogni traccia o bloccano sul nascere i tentativi di istituire gli archivi.

Questa analisi, affatto perniciosa come invece è l’occultamento, permette di scoprire la realtà, nel nostro caso cinematografica e televisiva, di popoli come quello messicano, filippino, thailandese, malese e anche il nostro che subì e ancora subisce i tagli della censura per ammutolire il pensiero libero che questa arte dovrebbe avere ipso iure.

Ci sono popoli che ancora oggi sono costretti a lottare con questa mancanza e che crea nelle persone appartenenti a tale nazione una specie di confusione, di chaos psicologico e di comprensione delle proprie origini poiché oramai infettate dai colonizzatori che ne hanno sviscerato ed estirpato la fisionomia inserendo le loro tesi prevalenti, le loro lingue e i loro usi, costumi, consuetudini: inserirsi pacificamente è un conto, distruggere idiomi, pensieri, credi ecc. è altra cosa.

Questo succede: persone portate a paralogismi, tracotanza nei confronti degli indifesi, archivi mendaci, riduzione del nativo a essere nugale, soverchiando con la violenza le domande che un popolo si vorrebbe porre sul proprio passato.

Una commistione fra popoli è oramai inevitabile e, anzi, può essere benefica, quando pacifica. È nequizia se imposta. 

Nelle Filippine, ad esempio, fu in uso l’epitalamio che, gli spagnoli prima e gli americani poi, cancellarono e ridussero ad una rappresentazione fastosa della cerimonia del matrimonio: il matrimonio per i soli mestizos, i meticci, coloro, cioè che venivano ammessi ad alcune funzioni destinate ai bianchi.

In una terra lutulenta a causa di tifoni, maremoti e flagelli naturali, perdere anche la propria identità, il proprio archivio, diventa mortale.

Sorti di epicedi venivano eseguiti in Messico: solo ora sono stati riscoperti dopo che il cattolicesimo spagnolo li aveva nascosti ed oscurati se non eradicati del tutto.

In Italia, specie nel sud, le religioni e le mafie hanno cancellato molte tradizioni. Insieme alla censura, molti film sono andati perduti, distrutti o manomessi: volutamente.

Queste cose sono sempre fatte con uno scopo preciso: cancellare la memoria e costruirne una in linea con l’occupante.

Nel caso del tagalog, la lingua ufficiale delle Filippine, ad esempio, fu compiuto un vero e proprio callido massacro che ha portato ad una popolazione lalofobica ingurgitandola di parole eupeptiche, usando una parola volutamente (de)contestualizzante e (in)appropriata, latori di vagabondismo linguistico e onniscienza  brevilinea.

A sentirlo ora, il tagalog, può sembrare una lingua cacofonica ma, se si scava a fondo nella sua origine indigena, ci si accorge che è una lingua ricca, con tante espressioni, sebbene, non si può negare, contaminata dallo spagnolo e dall’inglese – americano.

Il Messicano ha perso i suoi archivi cinematografici proprio come il malesiano, il thailandese e il filippino stesso: sapete che in questi paesi già nel periodo dei Lumière esistevano dei registi o, meglio, dei cineasti e ripresisti che, cito ancora le Filippine, nel 1896, anno della rivoluzione ispano-filippina, avevano girato documentari, drammi, rappresentazioni teatrali e film sperimentali? 

Come puoi governare e rendere docile un popolo? Distruggendone i suoi archivi, le sue storie.

Come può risollevarsi un popolo? Ricostruendo i suoi archivi, ça va sans dire.

Spesso, ahimé, il popolo stesso si addormenta in stato di cachessia sulle imposizioni dei dominatori, adagiandosi al nuovo imposto. Errore grave: bisogna accettare la propria storia da colonizzati e capire le fauci post colonialiste che ne derivano e se ancora esistono e quanto influenzano sulla quotidianità e sul futuro.

Indro Montanelli: “un popolo che ignora il proprio passato non saprà mai niente sul proprio presente” e, aggiungo, sebbene credo il giornalista e scrittore lo sottintendesse, sul proprio futuro.

Continua …

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.